OLFATTO
Annuso.
Odoro.
M’incanto su un ottovolante d’idee che sferraglia vertiginosamente per conto suo, mentre sono abbracciato da una scia che è quasi visibile e colorata.
Al passaggio di una donna.
Un odore può fornire i connotati per un’identità: ne sono convinto quando chiudo gli occhi all’individuare una sagoma femminile venirmi incontro.
Si ferma la realtà; e qualsiasi altro indizio perde di significato e si sbriciola di fronte alla concentrazione nell’olfatto.
Non è più importante il ticchettio di scarpine a punta, il fruscio quasi impercettibile di un soprabito impermeabile, un respiro ansante per un passo troppo svelto.
Solo olfatto.
Borotalco.
Comune.
Tenero e sportivo insieme, amichevolmente intimo, rasserenante.
Esoticaromatico.
Stordente.
Dolciastro e mieloso, passaporto di passionalità e perfidia amalgamate in sapiente dosaggio che stimola pensieri torbidi e decadentismi orientali.
Aspro.
Sincero ed erotico: il mio preferito.
Mi evoca un pube socchiuso richiamandone il sapore.
L’origine del mondo.
Si spalancano gli occhi alla luce e s’affastellano nuovamente rumori di passi e d’avvolgimento urbano.
E’ lei.
Mi volgo indietro.
Ha qualche importanza il suo aspetto?
Rimango statico e assorto, uncinato dall’asprigno di prugna acerba, e sorrido alla figura che s’allontana ignara.
Vorrei annusare la cannella del tuo sorriso…

UDITO
Fermati, ti prego.
Ecco.
Così.
Ti stai sedendo sul divano: sento quasi impercettibile lo sprofondare del cuscino e il frusciare della tua gonna.
Stai sospirando.
Maledetta linea disturbata.
Un continuo flebile ronzio punteggia il tuo respirare ora rilassato e ora nervoso.
Clic.
Ti stai accendendo una sigaretta.
Non è bastardo l’udito: non è un senso secondario.
A me amplifica visuali e immaginazioni in sinestesia: ascolto e insieme vedo.
Mi ascolto che ti parlo e sono pervaso da un formicolio sfibrante nel collegare quanto dico con una tua risata, un tuo muoverti o semplicemente un tuo aspirare quella sigaretta con voluttà femminile di potere.
Dialogo, gioco, provocazioni, proposte, anche oscene, talvolta.
Altro frusciare lieve smorzato in terra.
L’udire travalica il rumore: rende meno soli, più complici, e allerta in ipersensibilità ad indovinare da piccoli urti o tonfi o strofinii quello che sta accadendo molto lontano.
E può accadere che si ascolti un singhiozzo soffocato.
Non è un bel sorridere quello di compatimento con la sufficienza sprovvista d’immaginazione.
E invece, se si ha un bel cervellino si è davvero lì.
E chi sa udire in maniera speciale, lo sa.
Vorrei ascoltare il tango delle tue vene che battono il tempo che scorre.

VISTA
Sei prigioniera di banali concetti d’estetica e mi guardi con un’espressione sulla difensiva nella consapevolezza di qualche tua imperfezione che ti possa rendere meno affascinante.
E’ la mancanza di perfezione, invece, che costituisce fascino e richiama associazioni d’idee curiose, tra il dominio e l’umanità tenera, nel piacere del guardare innocente.
Rilassati, dunque.
Lascia che io percorra sentieri poco battuti a notare particolari per me affascinanti.
Il tuo blu, per esempio.
Il tuo blu intenso delle vene sulla pelle alabastrina, fragile, del tuo seno che è scoordinato in respiri d’attesa, come per un giudizio impietoso.
Vedo la vita che scorre, nelle tue vene, e anche una passione da decifrare, e il tuo seno dovrebbe avere armonia nel respiro, perché ti guardo e ti sorrido affascinato.
Mi piace percorrere con le dita leggere la traccia della circolazione verso un cuore che batte anche d’eccitazione, e il vedere il diafano della tua pelle che s’intirizzisce in minimi rilievi tremanti al contatto mi attira e mi eccita.
Si crea un meccanismo di protezione, da offrire e da ricevere, all’insegna della dolcezza.
Panna, i tuoi seni morbidi.
E cavi elettrici azzurrini a solcarla.
Per illuminarti di bellezza da preda: da accarezzare.
Vorrei vedere più da vicino i tuoi canini per rabbrividire di piacere.

TATTO
Detto in senso ammirato e buono.
Si sono appena spente le luci e mi hai sussurrato una provocazione all’orecchio.
Scorrono i titoli di testa: “Priscilla, la regina del deserto”.
So di che parla, transvesta, e associo, con solita mia malignità, sorprese al nostro contingente del buio in sala.
Né più piccoli, né più grandi o esagerati.
I riquadri delle tue calze a rete autoreggenti sono perfetti per un palpare leggero, per come adoro certi particolari.
La carne pare esplodere nei contorni delle maglie e la pelle è tirata e m’appare, al tatto, più delicata e fragile.
La indovino tra diafana del tuo incarnato naturale e arrossata per la costrizione della rete che morde e sega.
Risalgo una gamba senza fretta e con leggerezza, indugiando su quei piccoli ponfi sani stretti tra le maglie, con l’eco della parola: autoreggente.
E mi trattengo dal correre per arrivare alla carne brada.
Ipocriti che siamo.
Abbiamo lo sguardo fisso verso lo schermo e i nervi in allarme, tu immobilizzata come un coniglio legato ad un palo nella jungla, e io a dominare la fretta cattiva consigliera, altalenando le dita in una serie di micromontagne russe che sono le tue cosce insaccate in rete, pulsanti come una mina antiuomo o un culatello vivo.
E io sono l’uomo che percorre il terreno minato.
E l’ingordo di culatello vivo.
Mi pare perfino d’udire lo stacco da una maglia all’altra, impercettibile, a chiudere uno strisciare minimale in un riquadro di pelle di mezzo centimetro per mezzo centimetro, compresso come un microcosmo.
Poi, liberatoria e quasi sfinente, la terra di nessuno.
La carne è libera e la mano scorre sul tiepido, attirata verso un centro gravitazionale pulsante come un secondo cuore, altrettanto caldo.
Sensazione di un prato all’inglese appena innaffiato.
Erba più fina, quasi tagliente, e rugiada calda.
Indugio da bastardo, io, adesso.
Sempre più ipocrita, falsamente attento, mentre corre una corriera sullo schermo nel deserto.
Tepore che si diffonde come un cerotto per i reumatismi.
Ma non penso ai reumatismi, ora.
Mi succhio due dita, piano, sentendomi un piccolo padreterno, ma questa è un’altra storia e un altro senso.
Vorrei toccarti l’attaccatura dei capelli sulla nuca col fare del pastore che protegge la pecora innocente.
GUSTO
E ho idee chiare: credo di saper distinguere un sapore banale da un gusto per il quale valga la pena morire, da ingordo peccatore di gola quale io sono.
Non indovineresti mai quello che vorrei gustare di te, ora, che mi sorridi sfrontata e nuda, abbandonata e ospitale come una Maya consapevole di avere potere.
Sto pensando di assaporare il tuo collo, di lato, dove una vena azzurrina sta portando fermenti di idee e pensieri al cuore per trasformarli in passione.
Sono convinto dell’esclusività del sapore, lì, sul tuo collo, come un intenditore di vini, un sommeiller che snocciola di retrogusti e morbidezze.
Vuoi essermi spezia, specialità, droga esotica piccante?
Sarebbe un gustare delicato, un passare la lingua su una buccia di pesca viva, e un assaggiare pensieri maliziosi che sfrecciano verso il cuore, pulsanti come ostriche da ingollare ad occhi chiusi con un sottile brivido.
Ronferesti come una gatta, di piacere, nel sentire raspare la pelle che lì è particolarmente sensibile, e io trasformerei il tuo roco gemere in sapore, carezzato dai tuoi capelli che mi abbracciano come alghe.
Sì, sapore d’idee, e di passioni che ritornano su verso il cervello, depurate dal raziocinio di un precedente viaggio per un voler essere animale e riscoprire il valore della lingua e del sapore.
Vorrei leccarti l’anima per assaggiarti davvero tutta.

Le illustrazioni sono di Loredana Di Biase, artista poliedrica e sensibile, cui rivolgo un entusiasta plauso e un ringraziamento per la fantasiosità ricca di buon gusto e per la disponibilità profusa con infinita pazienza.
Grazie Loredana.







